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Perché l'abito fa il monaco... oppure no.

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Mi è capitato spesso di sentire la frase: ‘l’abito non fa il monaco’. Che detto in termini spicci è: quello che indossiamo non dice nulla di noi… sarà vero? C’è chi sostiene che l’abito non faccia il monaco e chi è convinto del contrario. Volendo essere politicamente corretta m’aggregherei alla folla che separa nettamente abito e monaco, ma - come sai - d’essere politicamente corretta m’importa poco e quindi  ti dirò la mia.

C’è da dire che lavorando con i vestiti, questa frase ha una risonanza diversa per me rispetto a quella che avrebbe per un falegname. Lui avrà l’orecchio allenato sulla parola legno, io sulla parola abito; ne ho fatto la mia vita, un po’ d’attenzione in più per l’argomento spero mi sia concessa.

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‘L’abito non fa il monaco’ - mi mette subito a disagio. Un po’ come il dolce uscito male della tua amica, asciutto - che mandi giù perché le vuoi bene - ma speri in cuor tuo non te lo porti più. Ecco, la stessa cosa. Diciamocela chiara: se sosteniamo che una persona sia per come si presenta siamo dei superficiali, mentre se ci ostiniamo che l’apparenza non influenzi minimamente il nostro giudizio siamo degli ipocriti. Come ti dicevo, è una bella gatta da pelare!

I vestiti e la prima impressione

Se guardiamo al passato, l’abito il monaco l’ha fatto eccome! Senza vergogna. Come ti vestivi dichiarava chi eri ed era cosa accettata. Sin dalle civiltà antiche il vestiario, i suoi colori e le sue fogge erano usati per identificare diversi ceti sociali e diverse mansioni. Queste forme di riconoscimento legate all’abito sono andate via via perdendosi e nell’Italia di oggi sono limitati ad eventi e professioni; per esempio: è facile identificare una sposa tra i suoi invitati, il prete tra i fedeli e gli ufficiali tra la folla. Perché? Per le loro ‘divise’.

Il tempo, le cose, le ha cambiate parecchio. Ora l’abito ce lo scegliamo noi, liberamente, in funzione dei nostri gusti, di un valore estetico o emozionale che apprezziamo. M’azzarderei a dire che l’abito è libertà d’espressione. Ed è allora così sbagliato attribuire tratti caratteriali a seconda di come ci vestiamo?

Dire che non ci lasciamo influenzare - anche solo parzialmente - da come un individuo si presenta è follia. Non significa essere brutte persone, solo essere connessi con i propri istinti. Per natura tendiamo ad avere un’opinione su una persona fin da subito - in decimo di secondo, come precisa Focus. Ci basiamo su stereotipi per dar senso all’ammasso di informazioni visive cui siamo soggetti - come faremmo per determinare se un animale sia cane o gatto, per intenderci.

Ora, il fatto che categorizzare faccia parte della nostra natura, non vuol dire che sia il più sofisticato e infallibile dei sistemi. Semplicemente succede. Volenti o nolenti una prima impressione ce la formiamo e a formulare questa prima impressione, come uno si veste, contribuisce molto!

L’abito non determina chi siamo

Mi viene in mente un fotografo bravissimo, Joel Parés, che con la serie Judging America ha  lavorato sui preconcetti legati ai tatuaggi mettendo a confronto ritratti della stessa persona, in cui il soggetto si trova in abiti e contesti differenti. È questo il suo modo di testimoniare come la realtà di oggi faccia i conti con l’apparenza, l’aspetto esteriore e il primo impatto. Il suo lavoro ha evidenziato come le opinioni fossero slegate dall’identità del soggetto e quanto il vestito (e il tatuaggio) fosse associato erroneamente a tratti caratteriali. Joel Parés, mette insomma in bella mostra come la persona sia un individuo indipendente dalla sua apparenza.

Credit: Joel Parés

Credit: Joel Parés

E voi qui mi dirai, ma Betty! Che stai dicendo? Prima mi dici una cosa e poi un’altra! Non proprio. Perché se è vero che una persona è unica e non è certo quello che si mette a determinarne l’essenza (esisteremmo anche nudi, per intenderci), è anche vero che oggi giorno l’abito che indossiamo è frutto di una scelta. Questo mi fa pensare che parte della nostra identità sia riflessa in ciò che vestiamo, o almeno lo sia il modo in cui vogliamo rappresentarci.

La trovo una cosa bellissima; un’ulteriore forma di comunicazione, immediata, senza parole. Un’occasione da non perdere. E in questa ottica, come ci presentiamo non conta solo per gli altri, conta soprattutto per noi. Non è più la paura di un giudizio, ma una condivisione onesta di noi stessi.

Bettyconcept negli abiti che fanno i monaci

Insomma, succo succo? Abbiamo il grande potere di aiutare il mondo a vederci per come siamo fatti attraverso i nostri vestiti. Te la dico alla Manzoni?

Per me l’abito non fa le qualità del monaco, ma un monaco vorrà vestirsi da monaco.

Il mio lavoro si concentra appunto su questo: non nel creare qualcosa di bello fine a se stesso, ma nel cucire qualcosa che sia per noi, che ci rappresenti. Lo faccio senza pregiudizi, con - e per - persone diverse. Una delle esperienze più gratificanti è stata quella con i ragazzi del Centro Bresciano Down (CBD) link esterno al sito web, perché spesso alle persone affette da disabilità non è data la possibilità di scegliere cosa indossare. È considerata una frivolezza inutile.

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Io che negli abiti ho riscoperto le mie radici vietnamite e scritto la mia storia trovo l’esprimersi visivamente un atto di coraggio e di forte comunicazione per questo lo appoggio in ogni contesto. Riconoscendo la nostra natura di individui unici, con desideri, felici di esprimere se stessi - anche attraverso stoffe e vestiti.

Ti ho detto la mia…sono curiosa di sentir la tua.